
Me
Questa non è la solita storia di una bambina e del suo amore a prima vista per la macchina fotografica.
E' piuttosto la storia di una ragazzina cresciuta tra le tele accatastate e l'odore di acqua ragia e pittura ad olio di uno zio pittore. Una ragazzina silenziosa ed introversa, che amava scrivere più che parlare, disegnare per i fatti suoi più che giocare insieme agli altri, ed aveva una fissazione inspiegabile per le immagini. Ritagliava e strappava dalle riviste quelle più evocative per conservarle in pile di quaderni, ancora oggi gelosamente custoditi nell'armadio.
La fotografia è arrivata solo molti anni più tardi - dopo gli studi in architettura - a soddisfare la mia affamata anima creativa sempre in cerca di ispirazione, a descrivere quei momenti per i quali le parole e le immagini altrui non erano più sufficienti.
Sono diventata una persona che si appassiona a ciò che fa, una persona a cui piace riempirsi gli occhi di bellezza, perché sono convinta che sia l'unica cosa capace di dare un senso alla realtà.
E di salvarci.
La fotografia, con la sua capacità di spalancarmi gli occhi sul mondo, mi ha salvata diverse volte e - anche quando ho provato a metterla da parte - ha saputo trovare il modo di bussare nuovamente alla mia porta. Così ho capito che avrei dovuto permetterle di entrare a far parte della mia vita e farla diventare un mezzo - l'unico che io conosca - per parlare di me e per trovare una connessione con gli altri.
Credo fermamente che la fotografia debba parlare delle persone e delle loro storie, e trovare la maniera evocativa di restituire loro se stesse.
La sensazione che vorrei restituire alle persone attraverso i miei scatti è un senso di appartenenza; come quando rincasi la sera dopo una giornata di lavoro e, chiudendoti dietro la porta, lasci fuori tutti i problemi, ti togli la giacca e tiri un respiro profondo: ti senti a casa.